La Repubblica (Italy): "Guerra e propaganda tv il nemico ora è il mondo"

 
 
 

"Da poco più d' un anno, la Tv russa manda in onda il pomeriggio e la sera un telegiornale in lingua inglese. Il telegiornale si chiama Russia today, ed è fatto, formalmente, piuttosto bene. Ariosa la scenografia, moderno il montaggio, e carine - anzi belle, una più bella dell' altra - le giornaliste che s' avvicendano nell' esposizione delle notizie. Confesso che le prime due sere a Mosca, la bellezza ed eleganza delle conduttrici di Russia today mi avevano così avvinto, distratto, da non farmi cogliere la sostanza giornalistica del programma."


Da poco più d' un anno, la Tv russa manda in onda il pomeriggio e la sera un telegiornale in lingua inglese. Il telegiornale si chiama Russia today, ed è fatto, formalmente, piuttosto bene. Ariosa la scenografia, moderno il montaggio, e carine - anzi belle, una più bella dell' altra - le giornaliste che s' avvicendano nell' esposizione delle notizie. Confesso che le prime due sere a Mosca, la bellezza ed eleganza delle conduttrici di Russia today mi avevano così avvinto, distratto, da non farmi cogliere la sostanza giornalistica del programma. Ma nelle sere successive il Tg russo in lingua inglese s' è poi rivelato per quello che è: un altro strumento di propaganda in un Paese dove i principali mezzi d' informazione sono tutti nelle mani del regime. Un altro veicolo della distorta, non di rado sfrontata versione dei fatti che il regime impone giorno per giorno, e dunque l' equivalente, senza nemmeno un tentativo di cosmesi, dei telegiornali che lo Stato ammannisce in russo ai russi.

Tuttavia, per uno straniero avanti negli anni e con una discreta memoria, Russia today risulta piuttosto divertente. Le inquadrature sempre trionfali di Putin e Medvedev, e il modo in cui vengono descritte le loro giornate (l' impegno titanico nella difesa degli interessi del popolo, l' incrollabile fermezza nei confronti dei governi stranieri) ricordano la Germania e l' Italia dei secondi Anni Trenta, lo stile Leni Riefenstahl e i nostri Film Luce. Mentre lo spirito complessivo del notiziario, la sua retorica, sembrano spuntare - nonostante le stupende ragazze che si susseguono sul teleschermo - dal passato sovietico. Il tema che aleggia costante è infatti, come allora, il tema della nazione minacciata. La patria in pericolo, il nemico alle porte. Non c' è frase di Bush, della Rice o del segretario alla Difesa Gates cui non venga data un' intonazione aggressiva. E la parola Nato non viene pronunciata come la sigla dell' Alleanza atlantica, ma come quella d' una specie di Spectre, d' una fabbrica di complotti contro la Russia. Non basta: perché in Russia today si colgono poi, riemerse dai magazzini polverosi dei nazionalismi europei, anche altre e note retoriche, la vittoria mutilata, le umiliazioni subite, la patria di nuovo in piedi. Il messaggio è insomma chiarissimo: la Russia deve unirsi, mobilitarsi, perché fuori dalle frontiere s' addensano minacce ogni giorno più gravi.

Furono i sovietici a strumentalizzare l' antica paura di un' invasione incombente. Quella paura covava nei russi dal giugno 1812, quando i corrieri dello zar portarono ad Alessandro I la notizia che Napoleone stava avanzando alla testa di 440 mila uomini e 1200 cannoni. E le varie dirigenze comuniste la sfruttarono costantemente, da Lenin in poi, fomentando l' ossessione della "fortezza assediata". Bene: quel modo con cui il regime sovietico riuscì a legittimarsi almeno in parte, creando nei russi un consenso fondato sulla paura d' un attacco dall' esterno, viene oggi adottato con pieno successo (anche a costo di sfiorare il ridicolo) dal regime di Vladimir Putin.

«La propaganda anti-occidentale», mi dice Georgy Bovt, uno dei pochi giornalisti russi che ancora criticano a viso aperto il regime, «è oggi più battente e rumorosa di quanto non fosse negli Anni Settanta, in pieno breznevismo. Ed è molto più abile, più scaltra ed efficace: tanto è vero che in Russia c' è un' ondata di umori anti-americani e anti-europei, che non ricordavo dal tempo in cui Reagan annunciò il suo progetto di guerre stellari». Mentre il manager d' un grosso gruppo industriale europeo mi fornisce un' indicazione ancora più significativa: «Sono i giovani russi che lavorano con noi, geologi, ingegneri, informatici, a stupirmi. Molti hanno fatto studi universitari in America, tutti hanno eccellenti specializzazioni e quindi ottimi stipendi. Ci si poteva perciò aspettare che fossero meno vulnerabili alla propaganda del Cremlino. Invece, e specie dopo la guerra in Georgia, li vedo sempre più vicini al regime, pervasi da un vero e proprio fervore nazionalista».

Anch' io mi stupisco di parecchi aspetti della Russia di Putin. E soprattutto degli atteggiamenti forzuti, soldateschi, che il regime ha assunto con la guerra d' agosto. La mostra al museo delle Forze armate, per esempio, in cui sono esposte le spoglie dell' esercito georgiano sconfitto: uniformi e strumenti militari di provenienza americana, foto dei carri armati russi all' assalto, l' elenco delle medaglie al valore conferite dal presidente Medvedev. Oppure, per fare un altro esempio, i grandi pannelli stradali che nel centro di Mosca inneggiano all' eroismo dei soldati russi: "Grazie alle Forze Armate che combattono per noi".

La Russia di Putin potenza militare? No, l' impressione è che in questo regime ci sia molta cartapesta. E' vero infatti che il Cremlino annuncia un vasto aumento del bilancio della Difesa, circa 90 miliardi di dollari nei prossimi cinque-sei anni: ma il fatto è che la potenza militare russa può oggi misurarsi (a parte, si capisce, l' uso improbabile dell' arma nucleare) soltanto con eserciti come quello del georgiano Saakashvili, l' esercito d' un Paese che non arriva a quattro milioni d' abitanti. E invece i toni, le espressioni grintose adottati in queste settimane da Putin e Medvedev somigliano a quelli dei gerontocrati del Politburo negli anni in cui il complesso militar-industriale sovietico sfornava ogni anno 3000 carri armati, 5000 blindati e 1300 aerei da combattimento.

La propaganda, questa sì, funziona. Ma funzionò anche in certi regimi europei degli Anni Venti e Trenta, che poi mandarono i loro eserciti al fronte con le scarpe di cartone. Mi diceva Alexandr Goltz, un altro dei giornalisti moscoviti che criticano regolarmente, con ammirevole coraggio, il regime: «Gli otto anni di Putin non sono riusciti a modernizzare l' esercito russo. Benché quella delle forze armate fosse annunciata già nel 2000 come una delle prime e più importanti riforme da affrontare, siamo ancora dov' eravamo dopo il crollo dell' Urss: un ufficiale per ogni tre o quattro soldati». Non basta: gli esperti militari hanno accertato che i carri armati georgiani erano provvisti di sistemi per la visione notturna che mancavano a quelli russi, mentre la ricognizione aerea i generali di Putin hanno dovuto farla, in mancanza di meglio, con i bombardieri strategici.

Tra l' altro il regime è meno compatto, più diviso sulle scelte strategiche da adottare, di quanto non cerchi d' apparire. Per Alexandr Goltz, la guerra in Georgia aveva infatti anche motivazioni interne. «Attenzione», dice, «a non trascurare i nervosismi che avevano creato nei dintorni del Cremlino i discorsi di Medvedev, prima e dopo la sua elezione alla presidenza. I programmi di liberalizzazione, riforma del sistema giudiziario, lotta alla corruzione, e soprattutto la critica al doppio ruolo dei grandi del regime, che in tanti casi sono membri dell' esecutivo e allo stesso tempo presidenti o amministratori delegati dei monopoli di Stato. Che altro se non una guerra facile, dall' esito scontato, e le reazioni internazionali che ne sarebbero seguite, poteva meglio acquietare le rivalità tra i diversi clan che Putin ha portato al potere? Certo, l' intenzione di chiudere la partita con Mikheil Saakashvili rimonta all' inizio dell' anno. Ma la stupida provocazione del presidente georgiano è venuta al momento giusto per ricompattare il regime».

L' ipotesi non è peregrina visto che Sergheij Markov, deputato di Russia unita, il partito di cui Putin è presidente, si lascia sfuggire a un certo punto, dopo avermi tediato con torrenziali ed entusiastiche ripetizioni di quel che il Cremlino va dicendo in questi giorni, un paio di frasi che sembrano confermare la tesi di Goltz. «Tra giugno e luglio c' erano nell' aria vari segni d' uno scollamento al vertice. Tendenze diverse, interessi contrastanti. Ma oggi è tutto risolto, tutto finito, e l' armonia tra le istituzioni è tornata quella che era».

Un vecchio amico, storico di professione, che sento da più di vent' anni ogni volta che vengo a Mosca (ma di cui stavolta non farò il nome), mi accoglie con un sogghigno. «Il ritorno della potenza russa, il regime russo che mette in riga l' Occidente? Quando leggo i giornali americani ed europei e vi colgo un palpabile timore della Russia di Putin, quasi non credo ai miei occhi. La sola forza di cui la Russia disponga oggi è infatti la debolezza occidentale. Il declino americano dopo otto anni di governo del presidente più incapace che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, le divisioni e l' imprevidenza degli europei, l' errore di non essere mai andati a vedere, dal discorso di Monaco del febbraio 2007 in poi, i "bluff" di Putin.

«Certo», continua lo storico, «la leva energetica ha contato: il vedere i manager della Esso, della Total, della Shell, della Bp e dell' Eni in fila a Mosca col cappello in mano, mentre nei forzieri della Banca centrale si stavano man mano ammassando riserve per 570-580 miliardi di dollari. Ma il regime non avrebbe messo il petto in fuori, non avrebbe battuto i pugni sul tavolo, se la porta non gli fosse stata spalancata dalla catastrofica presidenza Bush. E adesso la Russia è il rompicapo dell' Occidente. Perché isolarla, col suo arsenale nucleare, il veto all' Onu e le enormi risorse energetiche, non è possibile. Ma gli occidentali non possono neppure far finta di non vedere, e legittimare l' autoritarismo, gli strappi al diritto internazionale, la boria del regime. Perché l' appeasement, lo sappiamo, ha sempre incoraggiato i duri, gli avventuristi».

SANDRO VIOLA