MOSCA (3 ottobre) - Una nuova penna per i discorsi ufficiali, un think tank tutto suo, un piano per la Russia del futuro che getta alle ortiche il dogma della "democrazia sovrana" caro a Putin. La cremlinologia, si sa, è la più erratica e cabalistica delle scienze fin dai tempi dell'Urss. Ma ora che sul tandem che guida Mosca s'è abbattuta la crisi economica, esperti e media locali e internazionali tornano a scatenarsi in speculazioni sulla "guerra sotterranea" tra il premier Putin e il presidente Medvedev. Il primo messo in difficoltà da un piano anticrisi che continua a segnare sconfitte, il secondo impegnato in un refresh d'immagine a tutto campo.
Si parte dalla ghost writer. Per un quotidiano russo, il giovane zar starebbe per silurare Dzhakan Pollyeva: c'è lei dietro la retorica assertiva di Putin, ma anche di Yeltsin. Al G20 di Pittsburgh Medvedev s'è rifiutato di leggere i suoi fogli. Sempre più desideroso di differenziarsi dal predecessore, anche nello stile. La lista dei "segnali" è lunga. Prima l'intervista al giornale d'opposizione Novaya Gazeta; poi la condanna indignata dell'omicidio Estemirova, in contrasto col Putin che a Politkovskaja non concesse nemmeno l'onore della notorietà. A settembre le polemiche dopo le dichiarazioni di Putin sulle elezioni presidenziali 2012: «ci metteremo d'accordo» disse, lasciando intendere che per ora nessuno dei due intende ritirarsi. Medvedev replica col saggio Russia, Avanti! sul sito Gazeta.ru, che affonda il coltello nei mali del paese: «Economia inefficace, sfera sociale semi-sovietica, democrazia debole, instabilità nel Caucaso».
Ma soprattutto, un team di uomini nuovi per propagare le sue idee liberali. Si chiama "La Russia del 21esimo secolo: shaping tomorrow", il rapporto di prossima pubblicazione all'Istituto per lo Sviluppo Contemporaneo (Insor) di Mosca, un think tank creato nel 2008, presidente onorario è lo stesso Medvedev. Nessuna conferma ufficiale, ma tutti giurano che lo scopo è archiviare l'era Putin. Direttore è Igor Yurgens, consigliere economico personale di Medvdev, da febbraio le sue interviste ad autorevoli media stranieri sollevano polveroni in patria: «Putin doveva costruire la verticale di potere, ma abbiamo perso la libertà di stampa»; «Rafforzato lo stato, è tempo di ricostruire la democrazia»; basta energo-dipendenza, e quegli 1,4 milioni di burocrati (nell'Urss erano 300mila). Di recente ha avvertito: Putin rischia di diventare un "secondo Brezhnev", simbolo della stagnazione. Tra gli autori del paper Nikita Maslennikov, docente alla Higher School of Economics di Pietroburgo, fondata nel '92 dal riformista-shock Egor Gaidar. Nel board anche Evgeny Gontmakher: prevedette il crollo delle "monocittà" russe (verificatosi), per lui alla Russia serve «un nuovo Gorbaciov». E tra gli "amici" di Insor c'è anche l'ex leader sovietico. Insieme a esperti come Sergey Pashin, ex giudice del tribunale di Mosca silurato da Putin, chiedeva una riforma giudiziaria radicale per la Russia; i politologi del Carnegie Center, membri dell'Helsinki Group per i diritti umani. «Il potere non ha bisogno di yesmen, ma di discussione aperta, e sviluppare una forte società civile» scrive Medvedev sulla homepage.
Solo parole? Molti osservatori restano scettici: solo un abile gioco delle parti che crea l'illusione del pluralismo e invece rafforza il tandem. Lo stesso Insor definirebbe "Città del Sole" il team Putin-Medvedev, interdipendente. O una mossa astuta per cooptare i critici nel potere? Ma se una guerra tra i due leader russi pare lontana, nelle élite politiche la frattura tra due squadre, falchi e colombe, è già realtà. E mentre il premier in difficoltà apre alle privatizzazioni copiando il suo pupillo, le colombe se la devono vedere con un avversario temibile: Vladislav Surkov, mente ufficiosa della propaganda, eminenza grigia custode dell'ortodossia ufficiale. Che ha risposto per le rime a Insor: «il sistema funziona». Discorso chiuso?
di Lucia Sgueglia




