Negli ultimi tempi la Russia sembra essere attraversata da una nuova ondata liberale, dopo un periodo di imperante statalismo che aveva visto, con la presidenza Putin, lo Stato aumentare il proprio peso nella vita politica ed economica, disciplinando i mass-media e riprendendo gradualmente possesso di ampi settori dell'economia nazionale, in specie quelli strategici legati alla produzione di idrocarburi. A far parlare i media e gli osservatori internazionali di una nuova tendenza liberale all'interno della dirigenza russa sono soprattutto le dinamiche interne alla strana (per un paese come la Russia abituato a leadership personali) coppia di potere Putin-Medvedev. Colui il quale, con una certa superficialità tipica di certa stampa internazionale, veniva descritto come null'altro che la «marionetta» di Vladimir Putin si sta rivelando invece un autentico uomo politico, dotato di una propria visione delle cose e di una propria visibilità politica. Al di là delle speculazioni dei risorti «cremlinologi», che non perdono occasione di tracciare scenari più o meno verosimili sull'evoluzione della «coppia del Cremlino», è vero che il Presidente della Federazione russa Dmitri Medvedev ha ultimamente sollevato problemi rimasti un po' in sordina durante la presidenza Putin, come quelli relativi all'ancora scarsa trasparenza della gestione politica ed economica del Paese e alla persistente carenza di sensibilità per lo stato di diritto.
Le critiche di Medvedev alle carenze della Russia «post-putiniana» (se per «putiniano» prendiamo il periodo dell'effettiva presidenza Putin fra il 2000 e il 2008) sono state lette da molti in Occidente come l'inizio della fine del tandem al potere da ormai più di un anno e come l'apertura di una stagione di rivalità fra fazioni contrapposte dell'establishment russo, quello «liberale» di Medvedev e quello «statal-conservatore» di Putin. Noi, come osservatori esterni, non possiamo entrare negli arcana imperii dei palazzi del potere moscovita, ma possiamo ipotizzare, senza scadere nella cabala della «cremlinologia», che questa svolta «liberale» del presidente Medvedev non sia stata presa contro Putin ma, al contrario, proprio grazie a Putin. Non possiamo infatti dimenticare che alla fine degli anni '90, dopo un decennio di sconvolgimenti politici, di caos economico e di deterioramento delle strutture statali e assistenziali del paese, le parole «liberalismo» e «democrazia» venivano percepite dalla massa della popolazione russa come null'altro che slogan di copertura all'azione di spregiudicati avventurieri politico-economici (i famigerati «oligarchi») che erano riusciti, dopo essersi ripuliti del passato comunista, ad appropriarsi a prezzi stracciati delle ricchezze del paese.
Fino all'apparizione di Vladimir Putin sulla scena politica russa erano infatti le forze più scioviniste e nostalgiche del passato sovietico (come i nazionalisti di Zhirinovskij e i comunisti di Zjuganov) a raccogliere i maggiori consensi in termini elettorali; un trionfo di tali forze politiche radicali, che sfruttavano a proprio vantaggio la frustrazione e il naturale patriottismo dei cittadini russi, avrebbe consegnato l'immenso paese eurasiatico ad un isolazionismo inaccettabile in un mondo in rapida evoluzione come quello del post guerra fredda.
Il merito storico innegabile di Vladimir Putin, al di là di certi discutibili metodi del suo «pugno di ferro» (ma non dimentichiamoci che nel 1993 il liberale Eltsin cannoneggiò il parlamento), è quello di aver rafforzato lo Stato russo in un momento cruciale della sua storia, non recidendo i legami con l'Europa occidentale e permettendo l'arrivo al potere di una nuova generazione di politici che solo grazie a un tale contesto di relativa stabilizzazione politica si può permettere di sollevare i problemi ancora irrisolti della nuova Russia.
di Andrea Forti




